“Quasi quasi m’ammazzo”, in scena al Piccolo Teatro dell’Unical

IMG_0164

 

Se la soluzione ad una vita d’insoddisfazioni soggiogata dalla forca della miseria fosse davvero di farla finita? No, niente di tragico, né di allarmistico. Il piangersi addosso, tipicamente meridionale, non risolve né aiuta a cambiare strada. Piuttosto girarla in…commedia, e riderci su guardandosi sul palcoscenico.

Un gioco teatrale brillante la commedia “Quasi quasi m’ammazzo” in scena 2-3-4 maggio al Piccolo Teatro dell’Unical, con inizio alle ore 21.00. Scritta da Giuseppe Vincenzi, scrittore e musicista, cosentino emigrato a Parigi, a gettare l’occhio (e la penna) sulla sua terra con la lucidità dell’osservarla da lontano. Un fotografare, intriso di atmosfere nostalgiche, delineato da contorni netti e piumati, deliberatamente farseschi. La riflessione globalizzata su attitudini assunte a normalità quando ci si trova imbrigliati dentro: l’attenzione esagerata alla reputazione, il comportarsi per stereotipi riconosciuti a norma, l’apparenza potente quanto la realtà a certe latitudini. E il discreto e allo stesso modo grottesco universo borghese, tinteggiato nella quotidianità che adombra, per decoro,  cadute e basse virtù.

Un cast eccezionale, fiore della pratica teatrale Calabrese: Alessandra Chiarello, Paolo Mauro, Ciccio Aiello, Stefania De Cola. Così sfumati per caratteristiche e così piacevolmente assimilati. Miscela esplosiva.

Le parole dei protagonisti sulla piéce: “Il testo, pur non rinunciando a un’osservazione critica della nostra quotidianità borghese, vuole riappropriarsi dei toni di una comicità delicata, raccontando una storia che ha il principale e dichiarato scopo di intrattenere il pubblico: questa volta non sarà la comicità ad alleggerire i contenuti di critica sociale, ma al contrario, la satira sarà il condimento di un racconto leggero. ‘Quasi quasi m’ammazzo’ è il racconto divertente e surreale dell’ultima cena di un uomo, in un triste e isolato ristorante di una grande città dove non ci sono camerieri… Marco, il protagonista, è un piccolo imprenditore ormai sfinito dai debiti, decide di ritirare tutti i soldi che ha in banca, dando fondo ad ogni sua risorsa, e di lasciarli alla moglie per saldare tutti i debiti, dopodiché, secondo la logica dei tempi moderni, dovrebbe farla finita. Decide di riflettere sul da farsi: ‘Intanto mangio, e poi quasi quasi m’ammazzo’ ”

Intuibili tracce che mettono radici in cifre da teatro dell’assurdo e della più autentica satira di stampo conviviale, occhieggiando a quel modo di rappresentarsi sociale che da Petronio a Fellini identifica strati e substrati sociali amplificati dalla mimesi e dall’edulcorato comico. Di sottofondo le solitudini d’un umanità liquida, tanto più attenta a mettersi in rete e avvicinarsi quanto più individualista e frammentata, dispersa in automatismi informatici.

Leggerezza parola d’ordine. Perché il sentirsi leggeri confonde il paradosso di avere coscienza sul presente e lascia immaginare un futuro possibile. Leggerezza perché il pubblico possa saziarsi e non irretirsi, perché le scene risultino proiezione per cui sghignazzare di gusto.

Quattro attori, triangolazioni e geometrie dettate dalla parola, materiale creativo singolare per rendere l’atto da verbale a carnale, materico.

Il teatro di Calabria frutto d’esperienza, sapienza e globalità. Che guarda altrove osservandosi. Che respira oltre confini.

Colpi di scena e soluzioni goliardiche assicureranno soddisfazioni.

 

 

 

Ti potrebbe interessare anche...