Ecco perché non ho varcato la soglia della mostra Street Art Banksy & Co

A Bologna, nella splendida cornice di Palazzo Pepoli, sede del Museo della Storia di Bologna ha luogo dal 18 marzo al 26 giugno 2016 la mostra “Street Art – Banksy & Co – L’arte allo stato urbano”, un progetto nato dalla volontà del Presidente del polo Genus Bononiae. Musei nella città Fabio Roversi-Monaco coadiuvato da un gruppo di esperti nel campo del restauro e della Street Art con il sostegno della Fondazione Carisbo.
Un percorso espositivo curato da Luca Ciancabilla, Chistian Omodeo e Sean Corcoran che permette di ammirare da vicino le opere di una corrente artistica particolare come quella della Street Art, che negli anni 2000 ha raggiunto l’apice della conoscenza di massa grazie all’apporto di artisti di fama internazionale come Banksy, Blu, Keith Haring Os Gemeos, Obey e prima ancora da Martin Wong, Lady Pink, Dondi o Keith Haring giusto per citare i più famosi.

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In una piovosa domenica di maggio ho raggiunto la soglia d’ingresso di Palazzo Pepoli in Bologna con la convinzione di vedere finalmente da vicino opere che conoscevo solo tramite immagini e foto ma, mentre ero in fila per pagare il biglietto d’ingresso, è scattata in me una riflessione che mi ha dissuaso dal visitarla, e dunque provo a spiegarvi brevemente il perché:
Bologna nell’ambito della Street Art può essere considerata come un vero e proprio museo a cielo aperto, basta infatti esplorare la periferia della città per trovarsi di fronte a capolavori dell’arte urbana, come nel caso del quartiere Marco Polo interessato da alcuni murales di Blu e Ericailcane, oppure in zona fiera in cui l’elefante in volo di Honet spicca lontano un miglio nel grigio dei palazzi, analogamente alle opere psichedeliche di Dado ed Etnik poco distanti.
Nella dinamica città di Bologna opera (anzi possiamo ormai dire operava) anche Blu, un artista inserito da il “The Guardian” tra i dieci più importanti street artist al mondo, che predilige con le sue opere riqualificare gli edifici abbandonati, come l’ex mercato ortofrutticolo, il Giardino del Guasto o l’XM24.
A BLU l’idea della mostra “Street Art Banksy & Co – L’arte allo stato urbano” non è mai andata a genio, e quando si è visto staccare le sue creazioni dai muri per essere ricollocate all’interno di un museo ha intrapreso una azione clamorosa, cancellando in una notte con della pittura grigia tutti i lavori realizzati nella città nel corso di 20 anni.
A nulla sono servite le spiegazioni degli organizzatori, che hanno giustificato l’operazione di riposizionamento come un salvataggio dovuto alla demolizione certa (visto che la maggior parte delle opere sono state realizzate su pareti pericolanti) nell’ottica di preservarle dall’ingiuria del tempo.
Ma la Street Art è così: polemiche che susseguono azioni drastiche, e viceversa, del resto il successo di un opera è data anche dal numero di volte in cui se ne parla. Ogni artista ha il suo modo di agire e soprattutto il suo contesto inspiratorio, spesso e volentieri legato al tema della gentrification.
Se è pur vero che un museo permette a tutti di visionare le opere custodite al suo interno, è altrettanto vero che la Street Art (fin dai suoi albori) ha avuto come mission principale quella di esportare l’arte presente nei musei direttamente in strada. Generare quindi un processo al contrario in un luogo in cui non pecca certo di stimoli artistici su questo fronte a mio modesto parere non so fino a che punto possa portare giovamento alla causa, lo sapremo solamente a fine giugno quando verranno tirate le somme della mostra, del resto, come per ogni cosa l’importante è che se ne parli.

Articolo di Settimio Martire

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